Friday, February 28, 2014

Montréal, legge di bilancio: tasse in aumento del 2.8%


“Una legge di bilancio pragmatica ed equilibrata”. Così il Sindaco di Montréal Denis Coderre ha ‘battezzato’ il primo budget della sua amministrazione. Un budget (di 4.9 miliardi di dollari) che, se da un lato mira a razionalizzare la spesa, dall’altra non risce a contenere l’impennata delle imposte fondiarie (la più importante fonte di reddito per le casse del Comune: quest’anno si prevedono entrate pari a 3.1 miliardi, il 68% del budget). A spese del contribuente medio (proprietario di una casa unifamiliare del valore di circa 377 mila dollari), che nel 2014 si ritroverà mediamente con 96 $ in meno in tasca.

L’aumento medio delle tasse residenziali, infatti, sarà pari al 2.8%: l’1.9% imposto dal Comune e il restante 0.9% da parte degli arrondissments. Con notevoli differenze tra i singoli quartieri. In particolare, i residenti di Anjou, Plateau-Mont-Royal e Rivière-des-Prairies-Pointes-aux-Trembles dovranno far fronte ad aumenti pari addirittura al 5%. Viceversa, quelli che vivono a Montréal-Nord, Ahuntsic-Cartierville e Ville-Marie subiranno rincari poco superiori all’1%. Tra gli altri quartieri: Anjou 4.9%, Lachine 3.1%, LaSalle 1.8%, Montréal-Nord 1.%, Rivières-des-Prairies-Pointe-aux-Trembles 5.3%, Rosemont-La-Petite-Patrie 2.6%, Saint-Léonard 2.6%, Villeray-Saint-Michel-Parc-Extension 3.1%. È andata meglio ai commercianti, che in media avranno l’1.8% di tasse in più da pagare: +4.4% a Plateau ma -0.2% a Lachine. 

“Questo budget – ha aggiunto Coderre – è solo la prima tappa nel processo di transizione dal vecchio al nuovo modo di amministrare la città”. Nonostante i 175 milioni di deficit, ha sottolineato il Sindaco, la promessa elettorale è salva: l’aumento delle tasse (dell’1.9%) resta in linea con quella dell’inflazione, pari al 2%. Nel calcolo, naturalmente, restano escluse le tasse che i cittadini devono ai 19 arrondissment. Per un aumento complessivo che sale al 2.8%, come ha fatto notare il capo dell’Opposizione ufficiale, Richard Bergeron. Secondo il leader di Projet Montréal, questo budget potrebbe benissimo essere la 12ª o 13ª manovra di Gérald Tremblay: “Zero coraggio, zero prospettive e zero cambiamento”, ha attaccato. 

Ma la nuova amministrazione ha rispedito al mittente le critiche facendo notare, con il responsabile delle finanze (nonché presidente del Comitato esecutivo) Pierre Desrochers, che se avessero dovuto sborsare tutti i soldi previsti dall’amministrazione precedente, sarebbe stato necessario aumentare le tasse addirittura del 7%. Al contrario, Coderre ha effettuato tagli sostanziali nella funzione pubblica, con risparmi fino al 5% della massa salariale, ovvero 22 milioni di dollari. “Senza compromettere in alcun modo i servizi essenziali”, ha precisato il Primo Cittadino. A questi tagli si aggiungono riduzioni pari a 60 milioni sulle spese del Comune (-5.2% ai servizi di pianificazione e sviluppo urbanistico) e di altri 20 milioni sul regime pensionistico (che nel 2014 graveranno sulle tasche dei contribuenti per 514 milioni). I dipartimenti che hanno beneficiato di importanti aumenti sono stati quello della sicurezza pubblica (+2.3%) e del tempo libero/cultura (+1.4%). Oltre ai 5 milioni stanziati per la creazione dell’Ispettorato generale. Dopo anni di crescita, brusca frenata anche per il numero di dipendenti: nel 2014 saranno 22.425, 2 in meno rispetto all’anno scorso. 

Una cosa è certa: il 2.8% di tasse in più costringerà molti locatori ad aumentare gli affitti. E dato che il 68% dei montrealesi vive in affitto, il loro potere d’acquisto subirà una brutta battuta d'arresto.

QUEBEC - Il dibattito sulla legge contro i simboli religiosi


L'EDITORIALE - Carta dei valori, un palliativo pechista per mascherare i fallimenti economici

Non si capisce (o forse è fin troppo evidente) per quale remoto e sfuggente motivo il governo pechista del Québec si ostini a incentrare tutto il dibattito politico sulla ‘Carta dei Valori’, una legge dello Stato (per fortuna ancora in fase di discussione) che mira a disciplinare l’abbigliamento dei dipendenti statali e parastatali (ospedali, tribunali e scuole) mettendo al bando simboli religiosi “sconvenienti” (perché ostentano una fede che potrebbe infastidire l’intelocutore di turno), come hijab, burqa, kippa, turbanti, sikh e... croci cristiane. Un vero e proprio “proibizionismo estetico” in nome di una laicità e neutralità dello stato nella loro accezione più oscurantista e repressiva. In pratica, lo Stato pretende che, nell’esercizio delle proprie funzioni, i dipendenti si spoglino delle proprie convinzioni religiose, della propria cultura, per diventare degli automi asettici e acefali. Uno “sdoppiamento di personalità”, solo per poche ore, 8 in tutto. Da vivere in apnea. Per poi tornare a pensare liberamente. E a decidere cosa indossare senza diktat del governo. Governo che confonde deliberatamante (e clamorosamente) due piani distinti e separati: la laicità dello Stato come ente, aspirazione legittima e opportuna, con quella dei suoi funzionari. Lo Stato deve essere laico e neutrale nei suoi “fini” (atti, leggi, regolamenti, burocrazia, amministrazione), non nei suoi “mezzi”: uomini e donne che, nel rispetto del buonsenso e della pubblica decenza e convenienza, hanno il sacrosanto diritto di vestirsi come meglio credono. Non ci risultano ricerche, studi o, peggio ancora, episodi di violenza e intolleranza che possano giustificare un tale “accanimento” del partito al potere per una ‘Carta’ di cui nessuno avverte la necessità. E che invece ha acuito le tensioni sociali fino a risvegliare gli istinti più beceri tra le diverse anime religiose che caratterizzano il mosaico sociale quebecchese. Un effetto collaterale stigmatizzato dalla stessa Chiesa Cattolica, scesa (finalmente) in campo con un ‘pezzo da 90, l’arcivescovo di Québec Gérald Cyprien Lacroix, che ha parlato di “misura superata”. Chiesa che sembra aver assunto il ruolo di opposizione, facendo le veci di un Partito Liberale incapace di formulare delle controproposte solide, coerenti e articolate. Tant’è che il PQ ha imposto senza discussioni la sua strategia: consultazioni pubbliche per un totale di 250 ore di audizioni, 3 volte alla settimana, fino alla metà di aprile. Quando il governo prenderà atto delle conclusioni, senza però essere obbligato ad adottarle. Un palliativo, insomma, un “dose di oppio” per il popolo quebecchese, un modo per mettere in quarantena tutto il resto, facendo della Carta una sorta di ossessione collettiva, per distogliere l’attenzione da un quadro economico piuttosto allarmante, che il governo ha tutto l’interesse a mascherare. Le cifre parlano chiaro. Il tasso di occupazione del Québec si attesta sul 60,3%, al 7º posto tra le Province Canadesi (sono 10 in tutto), con l’Alberta in testa col 69,4%. Il numero di lavoratori a tempo pieno è diminuito dell’1.73% tra gennaio e dicembre 2013: è il dato peggiore del paese, mentre l’Alberta vola con un +2.2 %. La durata media della disoccupazione è pari a 24.1 settimane, la peggiore in Canada, 10 settimane in più di quanto si registra in Alberta. Solo l’1% degli imprenditori della Belle Province ha assunto nel corso del primo trimestre del 2014, contro l’8% in Ontario e nelle province atlantiche, il 12% in Canada e addirittura il 17% nelle province dell’ovest. Secondo le ultime statistiche, il reddito pro capite quebecchese è il più debole del Paese, ad eccezione dell’Isola del Principe Edoardo. Tra le province atlantiche, infine, sarà il Québec a registrare la crescita economica più lenta: l’1.8% contro il 2.3% in Canada e il 3.2% in Alberta. Senza trascurare lo stato pietoso in cui versano le infrastrutture stradali (il 56% delle quali risalgono agli anni ‘60-’70) e le inquietanti rivelazioni che stanno emergendo dalla Commissione Charbonneau su un livello di corruzione quasi patologico che ha attecchito (e in profondità) nelle sfere più alte del potere.
Insomma, le priorità sono altre e urgenti: per disciplinare l’ “abbigliamento di stato” basterebbero i tribunali (nei casi più eclatanti), lasciando il Parlamento libero di legiferare sui temi veramente decisivi per il futuro della Provincia.


Il 'Cittadino Canadese' su Rai Italia



Protagonista dell’ultima puntata di ‘Speciale Community’


Il 5 gennaio scorso, la memoria storica del giornale, così come i luoghi strategici della Comunità, sono stati passati al setaccio dallo ‘sguardo’ lucido e vigile della telecamera, che ha ‘raccontato’ la Montréal italiana di oggi attraverso una trama quasi cinematografica




Trenta minuti per passare in rassegna 73 anni di storia del giornale italiano più antico del Canada e per ‘raccontare’ la Comunità italiana di Montréal, tra le più numerose, vivaci e attive al mondo. Il 5 gennaio scorso, su Rai Italia, è andata in onda l’ultima puntata di ‘Speciale Community – Voci d’Italia’, una trasmissione dal taglio documentaristico ideato dall’amministratore delegato Piero Alessandro Corsini per conoscere (e far conoscere) più da vicino la realtà degli italiani all’estero attraverso i “loro” giornali. Una felice intuizione che rafforza la necessità e legittima l’aspirazione di fare dell’ “informazione di ritorno” il valore aggiunto di un palinsesto che volta (finalmente) le spalle ad un approccio ‘a senso unico’. È solo un inizio, ma, se il buongiorno si vede dal mattino, la strada intrapresa è quella maestra per un approccio rinnovato che vedrà gli ‘italiani nel mondo’ rivestire un ruolo sempre meno passivo nel rapporto con la Madrepatria. Nel nostro piccolo, anche noi abbiamo dato il nostro contributo a questa svolta nei rapporti con l’altra sponda dell’Atlantico. Protagonista dell’ultima puntata di ‘Speciale Community’, infatti, è stato proprio il “Cittadino Canadese”, che il 20 e 21 dicembre scorsi ha ospitato nella sua redazione un regista della Rai giunto appositamente da Roma. È stato un viaggio nel tempo ma anche nello spazio, con la memoria storica del giornale così come i luoghi strategici della Comunità, passati al setaccio dallo ‘sguardo’ lucido e vigile della telecamera. In tutto 30 minuti di ‘racconto’ con un’impostazione quasi cinematografica: un’altalena di interviste, panoramiche della città, inquadrature in movimento, camera car, oggettive, soggettive in uno spartito tenuto insieme da una “voce fuori campo”. A dare il via al ‘racconto’ è stato il direttore generale, Basilio Giordano, che ha esposto innanzitutto i motivi alla base della sua scelta di emigrare in Canada oltre 35 anni fa; e poi ha illustrato i 73 anni del Cittadino Canadese passando in rassegna alcune delle prime pagine storiche che oggi campeggiano sulle pareti della redazione. Subito dopo è toccato al sottoscritto, da oltre 6 anni caporedattore del settimanale, spiegare il ruolo, il significato e la funzione che riveste oggi il “Cittadino Canadese”: mantenere stretto il rapporto con l’Italia e la cultura italiana riportando le notizie più importanti che arrivano dal Belpaese, ma anche illustrare quanto accade in Canada e in Québec con un approccio italiano grazie anche (e soprattutto) all’utilizzo continuativo e convinto della ‘lingua di Dante’. Subito dopo, per dare al ‘racconto’ un approccio un pò più vivace, dinamico e movimentato, ci siamo spostati all’esterno, sfidando il freddo proibitivo (-20) e la bufera di neve che ha imperversato senza sosta per oltre 48 ore. Abbiamo preso per mano il regista per offrirgli un ‘affresco’ il più possibile completo della realtà italo-montrealese di oggi. E così ecco la visita ai Marchigiani nel corso di una cena dell’Associazione a base di prodotti tipici; la puntatina al ristorante-club ‘Buonanotte’, locale di ritrovo ‘trendy’ soprattutto per i più giovani; un salto alla pizzeria ‘La Bottega’, gestita con successo da Massimo Covone, figlio d’arte; e un caffè al bar “Italia”, nel cuore della Petite-Italie. Quindi la visita alla Cassa Popolare Canadese-Italiana Desjardins, accolti dal direttore Mariano De Carolis; un giro a Radio CFMB, la radio italiana di Montréal, ospiti di Ivana Bombardieri; una visita all’Ospedale Santa Cabrini, fondato nel 1960 dalla Congregazione delle suore missionarie del Sacro Cuore; un salto alla Casa d’Italia, costruita nel 1936 e primo centro di aggregazione della ‘colonia’ italiana in città; e una visita al Centro Leonardo da Vinci, dal 2002 il cuore pulsante, il fiore all’occhiello della nostra Comunità, un’incredibile fucina di attività culturali, artistiche, sportive e sociali per tutte le età e tutte le stagioni. Senza dimenticare il ‘punto di vista istituzionale’, con il Console Enrico Padula che ha raccontato l’italianità di una città nordamericana eppure tanto europea come Montréal. Nei prossimi giorni renderemo disponibile, sul sito e sulla pagina Facebook del “Cittadino Canadese”, la puntata di ‘Speciale Community’: una puntata che Rai Italia riproporrà a più riprese anche nel 2014 e che ha riscosso un enorme successo nella Comunità (ringraziamo, a proposito, tutti coloro che ci hanno scritto o chiamato). E che dimostra ancora una volta la centralità e l’attualità di un giornale che ha fatto, e che continua a fare, la storia degli Italiani in Nord America.

 

 

Tuesday, November 12, 2013

CALCIO - La squadra di Joey Saputo alle prese con il nodo allenatore



Impact, sempre più incerto il futuro di Schällibaum

MONTRÉAL - Chiusa in fretta la pratica Playoff con un’eliminazione bruciante in Texas per mano della Dynamo Houston, nei giorni scorsi l’Impact di Montréal ha archiviato la stagione ufficiale convocando in sede una serie di conferenze stampa. Incontri che però non hanno sciolto i dubbi sulla prossima stagione. I primi ad incontrare i giornalisti sono stati il presidente Joey Saputo e il direttore generale Nick De Santis, che non hanno nascosto la propria delusione per il finale di campionato tutt’altro che entusiasmante. Un’ombra che ha allontanato Marco Schällibaum dalla panchina, o quantomeno ne ha impedito una pronta e convinta conferma. Per il momento la società si è presa qualche giorno per riflettere, prima di prendere una decisione definitiva. “È bello sapere che il nostro allenatore voglia restare con noi, è innamorato della città e della squadra – ha detto Saputo - ma noi dobbiamo pensare al bene del club nel lungo periodo. Se saremo sulla stessa lunghezza d’onda una volta che avremo analizzato gli aspetti positivi e negativi della stagione, allora sicuramente continueremo insieme. Ma ci vorrà del tempo per portare a termine questa valutazione. Abbiamo iniziato bene ma finito male: sarà importante capire perché”. “Vi assicuro che sul banco degli imputati non c’è solo l’allenatore - gli ha fatto eco De Santis -: tutti dovranno prendersi le proprie responsabilità”. Anche i giocatori, quindi, devono meritarsi la riconferma. Non saranno più tollerati blackout come quello che ha portato la squadra a perdere quota nelle ultime giornate fino alla deblacle con 3 espusioni nello spareggio in Texas. “Voglio scusarmi con i tifosi – ha detto il presidente - per il nostro comportamento nel finale della partita di Houston: non è stato degno della storia e dello stile del nostro club”. Non solo ombre, però: il patron ha ricordato come nel 2013 l’Impact abbia conquistato il Campionato canadese e segnato complessivamente 50 gol: “Alla squadra do un voto di 7 su 10: domandate al Toronto come si sente dopo 7 stagioni che cerca di accedere ai Playoff!”. Dal canto suo, Marco Schällibaum si sente tranquillo, anche se nasconde a fatica l’inquietudine che avvolge il suo futuro incerto: “Sicuramente avrei preferito che le cose fossero andate diversamente, ma nel mondo del calcio tutto questo è normale: il primo a pagare è sempre l’allenatore, ma non ho paura. Succede la stessa cosa anche in Europa, rispetto la situazione. In ogni azienda, a fine anno, quando i numeri non tornano, ci si pone delle domande. Il comportamento della società è legittimo: bisogna fare meglio la prossima stagione, con o senza me in panchina. Per quanto mi riguarda, ho espresso il desiderio di restare. È stato un campionato molto positivo, almeno fino ad un mese fa”. Sulla decisione della società peserà anche lo spogliatoio, che non è tutto con lui. Se gli italiani Alessandro Nesta (che ha appeso gli scarpini al chiodo) e Marco Di Vaio (che ha rinnovato per un altro anno) hanno confermato la loro fiducia all’allenatore, altri giocatori non hanno nascosto le proprie perplessità. Su tutti i due esclusi illustri nell’ultima partita contro Houston: Patrice Bernier e Davy Arnaud. “Sto bene – ha detto il primo - e sono amareggiato per non aver giocato la partita decisiva della stagione. Mi sentivo pronto a stare in campo anche 120 minuti”. “Dire che sono deluso è un eufemismo – ha aggiunto dal canto suo il capitano -: non ero d’accordo ma rispetto la decisione del mister di lasciarmi in panchina”. Due prese di posizione pesanti: la loro conferma anche per la prossima stagione significherebbe probabilmente la fine dell’era Schällibaum a Montréal. E viceversa. 
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Il governo del Québec ha depositato il disegno di legge sulla Carta dei valori



Stop ai simboli religiosi per i dipendenti pubblici

Québec  Dopo oltre due mesi di voci, smentite, polemiche, manifestazioni e raccolte di firme, giovedì scorso il governo pechista ha depositato il progetto di legge numero 60 sulla ‘Carta dei valori quebecchesi”. Il governo, dunque, fa orecchio da mercante e va dritto per la sua strada. Nonostante le feroci critiche provenienti dal Canada anglofono, l’opposizione del PLQ e delle comunità culturali, il rischio di incostituzionalità ventilato dai giuristi dal Ministero della Giustizia, il parere negativo della Commissione quebecchese dei diritti della persone e la ferma contrarietà di Ottawa e del Comune di Montréal, il Primo Ministro Pauline Marois è sempre più convinta della necessità di approvare “la Carta, – questo il titolo ufficiale -  che afferma la laicità e la neutralità religiosa dello Stato, oltre che la parità tra uomo e donna”. Il testo recita che “i membri del personale di un organismo pubblico non devono portare, nell’esercizio delle proprie funzioni, un oggetto – come un copricapo, un capo di abbigliamento o un gioiello - che manifesti, in maniera ostentata, un’appartenenza religiosa”. Banditi dalle istituzioni pubbliche, dunque, hijab, burqa, kippa, turbante, sikh e croce cristiana. Al ‘diktat’ devono uniformarsi anche le educatrici, le infermiere e i funzionari municipali. Sono invece esclusi gli eletti dell’Assemblea Nazionale, salvo un voto unanime dell’aula. Per quanto riguarda il crocifisso all’Assemblea Nazionale, il disegno di legge ‘delega’ la stessa aula parlamentare a decidere se mantenere o meno il simbolo cristiano. Tutti i funzionari pubblici hanno un anno di tempo per adeguarsi alla legge. Fanno eccezione le strutture sanitarie, i cégep, le Università e le municipalità, che possono  usufruire di un’ulteriore esenzione di 4 anni. Periodo che, per gli ospedali, può anche raddoppiare. Il massimo della transizione, però, non va oltre i 9 anni. Tutti coloro che verranno assunti dopo l’adozione della legge non potranno beneficiare di nessuna esenzione. Sono previsti, infine, dei compromessi ragionevoli, ma solo se rispondono a dei criteri prestabiliti e se rispettano il principio di uguaglianza di genere, di laicità e neutralità dello Stato. Per Bernard Drainville, Ministro reponsabile delle Istituzioni democratiche e della Partecipazione cittadina, la Carta sarà “una fonte di armonia e di coesione per il Québec”.  Permetterà ai quebecchesi “di avvicinarsi e di conoscersi meglio – ha aggiunto – dando vita ad uno spazio comune senza distinzioni religiose”. “La diversità del Québec è una ricchezza – ha sottolienato la Marois -: oggi abbiamo posto le basi per costruire una diversità che duri ancora più a lungo”. PLQ CONTRO, CAQ POSSIBILISTA – Il leader del Partito liberale, Philippe Couillard, ha ribadito la ferma contrarietà del suo partito: “Oggi è un brutto giorno per il Québec – ha detto -: è un giorno di profonda rottura con una storia lunga più di 400 anni, una storia di apertura, di ospitalità e di integrazione”. Couillard ha accusato il governo di discriminazione al lavoro, “soprattutto contro le donne: è un disegno di legge impraticabile, illegale e incostituzionale”. “Oggi – ha aggiunto – abbiamo assistito ad un attacco frontale contro i diritti e le libertà di tutti i quebecchesi: è un atto che crea una profonda frattura nella società”. Couillard si oppone anche al ritiro del Crocifisso dall’Assemblea Nazionale, in quanto parte del “patrimonio storico e culturale della Provincia”. Più morbida la posizione della CAQ. La portavoce della Coalition avenir Québec in materia di cultura, Nathalie Roy, ha riconosciuto che “una Carta è necessaria”, augurandosi di poter collaborare più attivamente con il governo. MONTREAL CONTRARIA: RISOLUZIONE E MEMORIA. Il neo sindaco di Montréal, Denis Coderre, ha ribadito la sua forte contrarietà alla legge perché “la Carta divide, mentre la neutralità dello Stato è compatibile con una laicità aperta e inclusiva”. Il prossimo passo sarà l’adozione di una nuova risoluzione da parte del nuovo consiglio comunale e la presentazione di una ‘memoria’ al governo provinciale. “Abbiamo sempre sostenuto – ha concluso – che l’integrazione non vuol dire uniformità e che una delle peculiarità di Montréal è proprio la sua diversità culturale”. OTTAWA PRONTA A CONTESTARE LA CARTA.Il Ministro federale del Multiculturalismo, Jason Kenney, ha ribadito che, qualora la Carta venisse adottata, il governo chiederà un parere giuridico al Ministero della Giustizia al fine di verificare la conformità della legge quebecchese alla Carta canadese dei diritti e delle libertà. I conservatori sono convinti che,    nel caso in cui fosse interpellata, la Corte Suprema dichiarerebbe la Carta incostituzionale.

L’INTERVISTA - La presidente del Friuli Venezia Giulia in missione a Toronto e a Ottawa



Serracchiani: più rapporti commerciali e culturali con il Canada

Promuovere e rafforzare i rapporti economici, industriali ed enogastronomici tra il Friuli Venezia Giulia e la Provincia dell’Ontario, accentuando, parallelamente, la collaborazione istituzionale e quella scientifico-culturale tra gli atenei delle due sponde dell’Atlantico. Soprattutto alla luce dell’accordo di libero scambio siglato a metà ottobre tra Canada ed Unione Europea. Sotto questi auspici si è svolta la missione regionale della presidente Debora Serracchiani (in carica dal 22 aprile 2013) che, il 4 e 5 novembre scorsi, è venuta in Canada accompagnata da una selezione di imprese (arredamento, agroalimentare, impiantistica ad alta specializzaione) e da una delegazione istituzionale formata dal presidente di Unioncamere Fvg Giovanni da Pozzo, il magnifico rettore dell’Università di Udine Alberto Felice de Toni e il presidente di Confindustria Udine Matteo Tonon. Un viaggio strategico, anche in considerazione degli oltre 80.000 canadesi con radici in Friuli Venezia Giulia. Una realtà importante, che ha spinto recentemente Ottawa ad aprire un Consolato del Canada a Udine, presieduto dal Dott. Primo Di Luca. LA VISITA. Mentre le aziende sono state impegnate a Toronto in una serie di B2b con le controparti locali, lunedì 4 la delegazione istituzionale è volata a Ottawa, dove è stata ricevuta dal Ministro federale Julian Fantino, originario anche lui del Friuli. Martedì 5, invece, si è tenuto l’incontro con il Premier dell’Ontario Kathleen Wynne. Raggiunta per telefono, la Governatrice (che è stata anche deputata al Parlamento europeo dal 2009 al 2013) ci ha spiegato così la scelta del Canada per la sua prima missione fuori dall’Europa: “Questo viaggio assume anche un significato simbolico, oltre che economico e sociale: il Canada è stato un Paese storicamente molto ospitale con i nostri migranti friulani e giuliani, che ancora oggi mantengono stretti rapporti con la terra d’origine”. Proprio i connazionali sono i veri ambasciatori dell’Italia nel mondo. “Assolutamente sì. Tra l’altro, in questo momento ci sono due necessità epocali: ripensare i rapporti con i corregionali all’estero e istituire dei rapporti con le seconde e terze generazioni, altrimenti i loro figli rischiano di crescere troppo lontani dal Belpaese. Sono proprio loro a chiederci di mantenere un contatto, che può diventare anche un’occasione per intessere dei rapporti commerciali e culturali. Non a caso, infatti, ad accompagnarmi c’è anche il rettore dell’Università di Udine: vorremmo creare dei rapporti di scambio con studenti e insegnanti insieme alle Università dell’Ontario”. Cosa può fare la regione, concretamente, per essere più vicina ai suoi corregionali in Canada? “Le faccio un esempio: la delegazione è formata anche da 5 imprese, che in questi giorni hanno svolto degli incontri, in alcuni casi estremamente proficui, con altrettante imprese di origine friulana. E che daranno vita a delle relazioni commerciali. Stiamo avviando dei rapporti che coinvolgano i nostri corregionali per continuare a sviluppare un contesto che non appartenga più soltanto al passato, ma che guardi al futuro arricchendosi di nuove potenzialità. Tanto che, da quando esiste questo tipo di relazioni, sono aumentati sia le importazioni che le esportazioni tra la regione e il Canada”. Rapporti commerciali che portrebbero facilitare la riscoperta delle proprie radici.“Certo, sono un modo per rafforzare l’identità, ma anche per guardare al futuro: un’esigenza che avvertono soprattutto le nuove generazioni”. Che idea si è fatta dei friulani in Canada? “Molti di loro hanno avviato delle imprese di successo che poi lasciano ai figli; i quali, a loro volta, hanno ereditato dai genitori questa voglia di emergere. E devo dire che questa forte coesione, questa volontà di coinvolgere le nuove generazioni, anche quelle che non parlano italiano, che non conoscono il friulano, può avvicinare ancora di più le due sponde dell’Atlantico”. In Italia, però, si parla poco dei connazionali all’estero. “Nella nostra regione, anche per la storia particolare dell’emigrazione, se ne parla e pure tanto. A livello nazionale, invece, la materia non è molto trattata, a meno che non si fanno delle regole come quelle per il voto degli italiani all’estero o per la ratifica degli accordi bilaterali. Secondo me è un tema che va non solo riscoperto, ma anche rafforzato nelle sue opportunità, proprio come stiamo facendo in Friuli”. Cosa pensa del voto degli italiani all’estero? “Penso che sia stata e sia un’occasione per mantenere un forte legame con la Madrepatria. Purtroppo, però, per come è stata poi applicata, forse non si è dimostrata del tutto funzionale. Quindi, probabilmente, andrebbe ripensata, facendo una valutazione insieme ai nostri connazionali”. Si sente la presidente di tutti i friulani nel mondo?  “Per come sono stata accolta in Canada, direi proprio di sì: ho notato un grande spirtito di appartenenza, c’è ancora una voglia pazzesca di mantenere vivo il legame con la propria regione”.

La Casa d’Italia ha festeggiato i suoi 77 anni al ‘Madison’ di St-Léonard (Montreal)



La  sofferenza dell’emigrante: “Mamma, papà e l’Italia”


Una donna che, ‘in punta di tacchi’, abbraccia teneramente il suo uomo: è questa l’immagine-simbolo (la foto campeggia anche sulla copertina del depliant illustrativo della serata) che riassume il tema del 77º Gala della Casa d’Italia (“L’arrivo in Canada”) che si è tenuto il 9 novembre scorso nella cornice della sala da ricevimenti ‘Madison’, a St-Léonard. Un omaggio allo “sbarco” di tanti immigrati italiani (in una sorta di ‘trilogia’ che ha visto la serata dell’anno scorso dedicata alla partenza e che vedrà quella dell’anno venturo consacrata all’integrazione) che hanno avuto la forza di sfidare l’incertezza e l’ignoto per realizzare il loro sogno più grande: garantire ai propri figli una vita libera dalle catene della fame, degli stenti e dei sacrifici. Come ha fatto Elisa Germano Pillarella, a cui le quasi 600 persone presenti in sala, tutte in piedi, hanno dedicato una commovente ‘standing ovation’ onorandola per aver dedicato tutta la sua vita ad assistere i nuovi arrivati. Nata a Ururi, paesino in provincia di Campobasso, nel 1920, e giunta a Montréal nel 1948, sin da subito si è impegnata ad aiutare i connazionali sbarcati, nelle veci di segretaria del ‘Comitato pro Nuovi Arrivati’, organismo creato da Mario Duliani, all’epoca caporedattore del giornale ‘La Verità’. Nel 1951, poi, ha aperto la prima biblioteca, nonché sala di lettura, alla Casa d’Italia. Ha insegnato latino, italiano e matematica a migliaia di studenti. Ed ha lasciato il Picai solo a 83 anni. Una vita vissuta con umiltà e in silenzio, al servizio del prossimo e della cultura italiana: per lei un mazzo di fiori e qualche lacrima di gioia. Un riconoscimento più che meritato per “la donna che ha saputo dare il dono della speranza” a tanti nostri connazionali. Ad introdurla agli invitati, un’impeccabile Ivana Bombardieri, nella duplice veste di ‘maître de cérémonie’ ed ospite speciale. Nata a Susa, in Provincia di Torino, anche Ivana è un esempio di immigrazione di successo. Arrivata in Canada quando aveva 14 anni, dal 1969 è la voce strorica di CFMB 1280. Nel corso della sua brillante carriera ha intervistato personalità del calibro di Pierre Elliott Trudeau e Gina Lollobrigida. A fare le veci di presidente d’onore, quest’anno, è stato Mario Rigante, della Banque de Montréal: sposato e con 3 figli, è membro del consiglio di amministrazione della Fondazione En Cœur, che fornisce un valido supporto ai bambini con malattie cardiache congenite e alla loro famiglie. “Quando sono stato ad Halifax – ha raccontanto - a visitare il molo ‘Pier 21’ (dove sbarcò la maggior parte degli emigrati italiani nel secondo dopoguerra), ho potuto rivivere sulla mia pelle l’esperienza di chi è sbarcato dalle navi. Come quella di mia madre, che non dimenticherà mai il padre gridarle invano, quando ormai la nave era salpata, di scendere e tornare indietro. Una scena straziante che mi è rimasta impressa nel cuore e che mi ha fatto capire cosa voglia dire essere italiani, avere dei valori e compiere dei sacrifici per garantire ai propri figli un futuro migliore”. Ivana ha poi ricordato la presenza di altri due ‘specials guests’: Robert Diodati e Mario Pampena, artisti che per oltre 40 anni hanno diretto ‘The Showmen Orchestra’ divertendo il pubblico siciliano, così come quello newyorkese, con sonorità disco/funk ‘temperate’ con quelle tipiche della salsa o del jazz, del blues e del folk. Parlando di musica e di Casa d’Italia, non poteva mancare il Corpo Musicale dell’Ordine Figli d’Italia, tornato in attività dopo 70 anni, sotto la guida del maestro trombettista Ron Di Lauro, nipote di quel Nicola Di Lauro, emigrato a Montréal nel 1913, membro fondatore dell’Ordine Figli d’Italia e suonatore di grancassa nella banda fondata nel lontano 1937. Tra gli ospiti in sala anche la Sen. Marisa Ferretti Barth, fondatrice del CRAIC), e Ani Samson, neo sindaco dell’arrondissment di Villeray-Saint-Michel-Parc-Extension. A chiudere la ‘giostra dei discorsi’ è stata la presidente del Centro culturale della Piccola Italia–Casa d’Italia, Angela Minicucci, anche lei figlia di immigrati (madre abruzzese e padre molisano). “Nel 1931 – ha detto -  a Montréal, c’erano 9 mila immigrati italiani e 20 mila di origine italiana. Il 1º novembre del 1935 nasceva la Casa d’Italia grazie proprio all’impegno di questi pionieri: questa sera, tra di noi, ci sono nipoti e pronipoti di questa prima generazione. Arrivare in Canada non è stato facile: gli italiani dovevano convivere con la triste realtà del razzismo. È con coraggio che siamo riusciti a fare la differenza: il nostro arrivo ha cambiato il panorama della città, grazie a bagagli piccoli ma pieni di valori, come l’onore, lo spirito di sacrificio e la dignità. Gli italiani hanno svolto i lavori più umili, nelle condizioni più avverse, ma erano felici. Nel 1971, il 55% dei canadesi aveva una casa: nello stesso anno, il 77% degli italiani era proprietaria di una casa. Nel 1973, l’83% dei canadesi è andato in vacanza: in quello stesso anno, solo il 18% degli italiani ha preso le ferie. Una volta, di fronte all’oceano, durante una vacanza nel New Jersey, chiesi a mio nonno, Giovanni Di Meo (nato in prov. dell’Aquila) mentre, distante e silenzioso, fissava l’orizzonte: ‘Cosa c’è dopo il mare?’. E lui mi rispose con 3 parole: ‘Mamma, papà e l’Italia’. Non oso immaginare la sofferenza dell’emigrante: le parole di mio nonno rimarranno per sempre nel mio cuore, perché sono il simbolo del suo sacrificio. La storia dell’emigrazione italiana a Montréal fa parte del nostro patrimonio collettivo: ogni storia ci rivela le più importanti storie di vita; e di questo noi, i vostri figli, nipoti e pronipoti, ve ne siamo grati”.